UA-74305567-1 TERZO – primo oggi – MARIAGRAZIA PELLERINO

separatore_rosa

drink

COME NE USCIAMO?

Come ne usciamo tra populismo e massismo; protezionismo e globalizzazione, sovranismo e stato nazione?

Il populismo è l’ultimo dispositivo che le elites neoliberiste hanno costruito per eliminare gli “impicci”, cioè regole, che impediscono loro di scalare ancora di più il potere planetario. Le grandi crisi economiche e finanziarie preoccupano i gestori del modello neoliberista non già per le diseguaglianze sociali sempre più ampie: loro sono preoccupati perché questo stato di cose potrebbe, in paesi democratici, generare reazioni e organizzazioni politiche, anche radicali, che attenterebbero all’attuale concentrazione di potere e ricchezza. La mossa e’ di saltare la democrazia rappresentativa e la politica dei partiti e interpretare direttamente il malessere, indicandone le cause non già nel modello turbocapitalista ma nei fenomeni che in apparenza sono più facili da contrastare: basta chiudere le porte e pensare finalmente al proprio interesse.

Così dopo aver imposto una globalizzazione che ha generato una torsione economica di profonda iniquità, e certo ben lontana da quella interdipendenza ecologica a cui le menti più belle del 900 avevano pensato, oggi proprio coloro che hanno delocalizzato le imprese, sfruttando il lavoro a basso costo, che hanno fatto impresa nelle no tax areas del Sud del mondo, alzano muri fisici e culturali.

Come è possibile? Come è possibile credere al Trump populista del “non sarete più lasciati soli” e che poi nomina al governo i più emblematici rappresentanti delle elites neoliberiste responsabili delle diseguaglianze e che il giorno dopo il suo giuramento elimina quel po’ di assistenza sanitaria garantita dall’Obamacare? Forse nella frase ” da oggi il potere da Washington torna al popolo” ci racconta qualcosa? Questo popolo a cui torna il potere non e’ il popolo a cui pensiamo noi di tradizione democratica e socialista, un popolo comunità, un popolo che si sostiene, che è solidale. È un popolo di singoli.

“Uno vale uno” è del resto una delle frasi ricorrenti della cultura politica permeata proprio da questa distruzione della sovranità popolare, dove il popolo è comunità responsabile e solidale.

Ognuno e ognuna non si sente parte di una comunità di uguali che insieme cooperano per un futuro migliore o parte di una classe sociale o cittadina o cittadino di una Città o di un Paese con beni comuni, servizi pubblici e istituzioni rappresentative e democratiche. Trump addita al popolo dei singoli la politica democratica e dei partiti, del resto lui è non a caso un outsider, come l’establishment inutile che con il suo permissivismo, tolleranza e apertura e’ responsabile di ogni male. Trump, e come lui altri populisti sulla scena “politica”, pretendono proprio di saltare i dispositivi della democrazia rappresentativa, i corpi intermedi, per parlare direttamente al popolo cioè al singolo del popolo. Individualismo e populismo sono due facce della stessa medaglia.

Anche a casa nostra accade qualcosa di simile: da Berlusconi che ha dominato per vent’anni la scena politica proprio a seguito della caduta per via giudiziaria del l’establishment partitico della c.d. prima Repubblica. E poi in questo discorso antipolitico, dove la politica dei partiti se non dannosa è inutile, e dove il popolo è chiamato ad essere protagonista, lo troviamo, con narrazioni diverse, nella Lega e nel Movimento5stelle. In fondo la politica della relazione diretta col popolo dei singoli è documentata dalle più recenti campagne elettorali dove il consenso si raggiunge non già con contenuti legati a progetti politici di interesse comune, ma scomodando le neuroscienze e gli algoritmi dei social per raggiungere al cuore e al cervello il singolo individuo votante. Del resto, come ha di recente ricordato Nadia Urbinati sulle pagine di Repubblica, Renzi nella sua prefazione a Destra e sinistra di Bobbio, sostiene che queste categorie come anche la coppia diseguaglianza/eguaglianza siano superate perché legate ad un mondo diviso in blocchi sociali. Oggi, sempre secondo quel che Renzi scriveva, le dinamiche sociali rendono centrale in politica lavorare per gli ultimi, per gli esclusi.

Dunque una massa di singoli ordinata in verticale dai primi agli ultimi e dove il compito della politica è far salire gli ultimi e il compito della “sinistra” è l’innovazione e dove la coppia Destra e Sinistra può ben essere sostituita dalla diade conservatori e progressisti, e dove il contenuto è il cambiamento, forse dimenticando che il progresso, nella definizione dei progressisti, aveva un verso: il riscatto sociale, il cambiamento per il miglioramento delle condizioni sociali.

Dunque anche in queste visioni il popolo è individui, ai primi o agli ultimi posti, una massa di eguali nella forma ma da far diventare eguali nella sostanza. Un popolo che non è comunità portatrice di competenze, conoscenze, capacità, e portatrice di progetti di interesse comune: comunità di impegno e condivisione in politiche dei beni comuni e di orientamento e indirizzo ai propri rappresentanti politici.

Forse da qui bisogna ripartire: contro il populismo dell’immediatezza ricostruire le mediazioni sociali che fanno del popolo una comunità sociale. Nella vita di ogni giorno ciascuna e ciascuno di noi si imbatte in storie di gruppi di donne e uomini impegnati in progetti sociali, di condivisione di beni, di sostenibilità, di volontariato. di mutuo soccorso, di intercultura, comunità di cura di persone e di beni comuni.

Insomma un popolo-comunità impegnato nel lavoro di “riparare i viventi”, prendendo a prestito il titolo di un bellissimo romanzo.

Questa è politica, perché queste azioni vengono da singole/i consapevoli di essere comunità e dunque popolo. Ciò che la politica dei partiti e dei rappresentanti, delle amministratrici e degli amministratori politici, dovrebbe fare è creare le condizioni perché le diverse parti di una città siano in relazione tra di loro e non in una competizione tra nativi e migranti, tra occupati e disoccupati, tra centro e periferia, tra garantiti e precari.

La città è la dimensione, l’ecosistema, dove è possibile ricostruire legami sociali che siano fertilizzanti per una politica che metta al centro l’uguaglianza e le condizioni sociali ed economiche per ricostruirla.

La città che costruisce relazioni, che sa vedere le competenze, le sapienze e i saperi, una politica di rappresentanti che sappia cedere quote di potere decisionale, una mobilitazione di coscienze singole verso il bene comune attraverso la tessitura di relazioni tra le sue diverse parti, mettendo a valore le tante risorse che le cittadine e i cittadini hanno in termini di capacità e voglia di impegno e partecipazione, lavorare sulla scambiabilità di queste risorse, intercettare le difficoltà e mediare le conflittualità. Questo è il lavoro di base, presupposto di cultura, per ricreare un popolo che sia comunità e non massa di individualismi. E poi mettere in relazione le diverse organizzazioni sociali, dai gruppi informali alle associazioni di donne e uomini che si impegnano a vario titolo in processi sociali e che lavorano insieme a progetti comuni, seppure specifici e parziali; creare un tappeto di queste esperienze e dare loro un senso più largo e insieme ricostituire, ricostruire attraverso la ricostituzione e cioè il nutrimento, una politica che sappia vedere la comunità delle speciali singolarità che la compongono. Bisognerà inventare nuove forme di gestione della cosa pubblica e della democrazia rappresentativa, ma le relazioni avranno la forza di ricreare comunità e dalle relazioni, dalla consapevolezza dell’altro che sei anche tu perché interdipendenti e insieme più capaci, da questo percorso arriverà senso e cultura, di nuovo, di eguaglianza.

La politica che si propone di governare e indirizzare il destino del popolo non può che essere la politica che, attraverso processi di aggregazione e partecipazione, si ricostruisce mettendo al centro la sovranità popolare come dispositivo costituzionale, cioè costitutivo delle ragioni sociali che tengono insieme una comunità.

Questa politica, se verrà, avrà come obiettivo non già la protezione dei confini dello Stato nazione bensì avrà come ragione di essere la protezione dell’uguaglianza e delle condizioni che la realizzano.

separatore_rosa

Una volta dico no! Una bella sfida per la democrazia del futuro: attuare la Costituzione.

Leggi >> le ISTRUZIONI PER L’USO DEL REFERENDUM

le-ragioni-del-no_web

separatore_rosa

Il mio intervento a InsolvenzFest 2016 a Bologna a dialogare su finanza degli enti locali e diritti sociali: i Comuni garantiscono attraverso i servizi che rendono il wellfare state e dunque fanno redistribuzione delle risorse: tagliare risorse ai comuni come fatto i questi anni mette a repentaglio l’uguaglianza e la democrazia.

Se il debito e’ l’unico riferimento e il rigore ineluttabile la politica diventa inutile.

GUARDA IL VIDEO

insolvenzf-mg

insolvenzf-locandinaseparatore_rosa

Care e Cari,
qualche parola per tentare di comprendere il risultato elettorale di Torino che ha visto al secondo turno la schiacciante vittoria di Chiara Appendino.
Al mio profilo Facebook ho affidato i pensieri che mi salivano dal cuore e gocciolavano dagli occhi lunedì 20 giugno mentre preparavo gli scatoloni (potrete leggerli qui) e ringrazio tutte e tutti per i tanti commenti e il sostegno.

Ora vorrei provare a condividere qualche riflessione politica.
Intanto partiamo dai dati.
È anzitutto necessario confrontarci con il primo partito: quello dell’astensione; al primo turno hanno votato il 57,1% degli aventi diritto, al ballottaggio questo dato è sceso di 3 punti: ha votato il 54,4%.
Il calo potrebbe essere spiegato con il fatto che al primo turno votare ha un maggiore appeal, per alcuni, poiché si può scegliere il/la proprio/a candidato/a in consiglio comunale.
In ogni caso rimane il fatto che quasi la metà dei cittadini e delle cittadine non si è espresso. Da ciò discende l’ulteriore fatto che la Sindaca e’ stata eletta da poco più della metà degli aventi diritto al voto e dunque rappresenta un quarto dell’elettorato.
È interessante rilevare come questa percentuale sia costante e con poca varianza in tutte e otto le circoscrizioni.

Un altro elemento da valutare sono le maggioranze elette nelle Circoscrizioni; come noto per le Circoscrizioni, Consigli e Presidenti, si è votato con unico turno il 5 giugno e in tutte e 8 le Circoscrizioni ha vinto la coalizione di centro sinistra; in alcuni casi, come alla Circoscrizione 5, con risultati incoerenti con il voto espresso lo stesso giorno dagli/dalle elettori/trici che avevano assegnato il loro voto alla candidata Sindaca Chiara Appendino.
Certamente questi elettori hanno premiato candidate e candidati del territorio e perciò ritenuti rappresentativi, diversamente non si spiegherebbe perché per la Circoscrizione lo stesso elettore o elettrice scelga di votare centro sinistra mentre per il Comune vota il Movimento5stelle.
Un’altra spiegazione potrebbe essere data da un radicamento migliore sul territorio dei partiti del centrosinistra e delle sue liste.
Dunque un’astensione che tocca metà della città, così come in due metà si sono divisi i votanti al secondo turno: al 45.5 % per Fassino e al 54.5 % per Appendino.
L’astensione così elevata da un voto che impatta direttamente sulla vita quotidiana della cittadinanza riporta con gravità ad una percezione che purtroppo è diventata diffusa, e di cui il ceto politico porta le responsabilità, della inutilità della politica.
Almeno nel bel libro di Saramago, Saggio sulla lucidità, l’elettorato sceglieva di andare compattamente a votare scheda bianca, con un gesto di cittadinanza attiva.

Per comprendere perché al primo turno Fassino abbia vinto con il 42% circa su Appendino che aveva ricevuto il 31% dei voti e al secondo turno Appendino sia passata dal 31 al 54.5 % dei consensi, mentre Fassino ha riportato il 44.5%, e’ necessario guardare ai flussi dei voti.
I voti in assoluto di Fassino al primo turno sono stati 160.023, al secondo turno Fassino ne ha ottenuti 168.880, dunque il candidato sindaco del centro sinistra ha tenuto e anzi ha recuperato circa 8000 voti.
La candidata Appendino, che al primo turno aveva riportato 118.273 voti, al secondo turno ne ottiene ben 202.764, dunque 84.000 voti circa in più e , ripetiamo, con il 3% di votanti in meno.

Come è stato possibile?
Dall’analisi del Centro italiano studi elettorali della Luiss risulta come il 98 % degli elettori di Rosso al primo turno ha votato Appendino al secondo turno, l’85% degli elettori di Napoli e il 71% degli elettori di Morano hanno votato Appendino (vd. anche La Repubblica 21 giugno 2016, pag.VIII cronaca Torino).
Dunque il centro destra, se ancora ci fosse, ha votato come Sindaco Chiara Appendino e d’altra parte autorevoli esponenti di quella parte politica, tra tutte Claudia Porchietto già Assessore della Giunta Regionale con Cota, hanno dichiarato di aver scelto Appendino e di averla sostenuta.
In proposito, come dimenticare che nei mesi di gennaio e febbraio molte volte i media avevano riportato le voci critiche di chi sosteneva che il centro destra non aveva ancora individuato un proprio candidato perché Fassino era in realtà il candidato anche del centro destra; a Torino, dicevano questi esponenti politici appartenenti anche alla sinistra più radicale, si farà il partito della Nazione.

Alla prova dei fatti sembrerebbe il contrario: i voti del centro destra sono confluiti su Chiara Appendino.
E a questo punto non appare casuale che il primo Assessore indicato dalla Appendino per la sua futura Giunta per la delega al bilancio sia stato, oltre due mesi fa, il già Direttore al bilancio di Cota, ex presidente leghista della Regione Piemonte.
Non si chiamerà partito della Nazione, termine peraltro da avversare in un momento storico in cui i nazionalismi appaiono più che mai pericolosi, ma sarà interessante vedere come il Movimento No Tav e il centrodestra neoliberista si concilieranno, o come le battaglie per i diritti civili o la tradizione multiculturale di Torino sapranno integrarsi con posizioni politiche che spesso hanno espresso tutt’altre direzioni.

Le cause di questo tracollo del centrosinistra sono state individuate, nelle prime letture, e sono stati temi della campagna elettorale, nella povertà e nelle periferie, spesso facendo coincidere le due questioni: in realtà come sappiamo periferie e povertà sono entrambe effetto e non causa.
Le diseguaglianze sociali dovute ad un’iniqua redistribuzione delle risorse generano povertà e periferie anche non geografiche: i Comuni e le Città storicamente amministrate dalla sinistra e dal centrosinistra hanno fatto del decentramento e della diffusione sul territorio dei servizi e delle opportunità culturali e sociali una loro cifra politica.

L’articolazione territoriale dei servizi e degli eventi culturali, così come dei fondi europei (a Torino possiamo citare i fondi Urban destinati prima a Mirafiori e poi a Barriera di Milano), e’ uno dei tratti culturali delle Amministrazioni di centrosinistra.
La cultura politica della sinistra, che non parlava di povertà ma di diseguaglianza sociale e di periferie e di inclusione, insomma di pari opportunità nell’accesso alle risorse di una città, e’ sempre stata attenta a diffondere sui territori più disagiati la propria azione. La sinistra che governava le città, negli anni 70 e 80 del ‘900, era ben consapevole che le persone che abitavano quelle aree della città erano quelle con minore potere di acquisto e perciò andavano dove le case costavano meno e l’offerta di alloggi con dimensioni adatte a famiglie più numerose era affrontabile.
In quei quartieri operai oggi vivono spesso i pensionati che devono mantenere figli e nipoti disoccupati, pensionati con il minimo della pensione, immigrati che appena possono si trasferiscono in altre zone. In quei quartieri e’ venuto meno, se mai c’è stato il mix sociale, mantra di ogni intervento di edilizia residenziale pubblica.

La crisi ormai batte da otto anni e la disoccupazione, l’occupazione precaria, la cattiva occupazione hanno preso il posto dei dispositivi di piena occupazione che garantivano pace sociale e inclusione.
E questa crisi ha intrecciato la specificità di Torino che in questi venti anni ha dovuto ricostruire la propria identità sociale ed economica, cercando di individuare nuove vocazioni sostitutive almeno in parte di quella industriale.
Ma oltre alla crisi bisogna interrogarci su ciò che è successo a quella cultura delle amministrazioni civiche di sinistra, e a quel l’approccio dove il welfare dei servizi educativi, sociali e culturali fungeva da strumento redistributivo.
È successo che ai Comuni sono state ridotte in modo drastico le risorse necessarie per operare questa funzione di democrazia di prossimità.
Dunque se le diseguaglianze sociali e la non inclusione sono la causa di questo voto, la causa prima sta nelle diminuite leve che le Amministrazioni di centro sinistra hanno potuto agire per arginare queste cause in ragione della forte diminuzione delle risorse a disposizione dei Comuni.
E a ciò si aggiunga in questi ultimi anni una scelta dei governi centrali di accentramento di poteri, di competenze e di distribuzione delle risorse che taglia e supera i corpi intermedi anche istituzionali, le articolazioni territoriali della democrazia: i Comuni.

In questi anni la diminuzione dei trasferimenti dallo Stato (a Torino pari a circa un terzo del bilancio complessivo del Comune: nel 2010 erano trasferiti 360 milioni circa dallo Stato, non più pervenuti in seguito, su un bilancio totale di 1.250.000.000), i vincoli di spesa per il personale e il patto di stabilità interna hanno portato a carico dei Comuni un contributo alla spending review che è passato dal 2008 al 2014 da 1650 a 16.665 miliardi, nonostante i Comuni incidano sul debito pubblico per il 2% ( vd. Marco Bersani, Manifesto, 25.6.2016).

Gli enti locali possiedono “la gran parte della ricchezza sociale: territorio, patrimonio pubblico e servizi pubblici locali” (Bersani cit.).
Le nuove regole di bilancio, dei Comuni che con l’armonizzazione e il pareggio di bilancio superano il vecchio Patto di stabilità, potrebbero sulla carta portare una ventata di novità tanto invocata, e a ragione, dall’ANCI.
Ma, sempre, il governo centrale non ha scelto i Comuni come veicolo di welfare. Come non ricordare la improvvida scelta di eliminare l’IMU per tutte le prime case indipendentemente dal valore dell’immobile e dal reddito dei proprietari?
A ciò si aggiunga la scelta di erogazioni finanziarie rivolte direttamente ai cittadini, come i diversi bonus diretti ai lavoratori, agli insegnanti o ai diciottenni, che producono una minore efficacia di investimenti e di spesa in servizi pubblici per la cittadinanza, che a differenza di un ente pubblico non gioca sul mercato un potere di acquisto espresso dall’aggregazione di domanda.

In questi ultimi cinque anni, a partire dalle due manovre del luglio 2011 di Tremonti sugli enti locali, i Comuni, soprattutto quelli che avevano un patrimonio pubblico consistente e dei servizi di qualità e dimensione diffuse, hanno avuto soltanto due leve libere per mantenere questa “ricchezza sociale”: le tariffe dei servizi e gli oneri di urbanizzazione.
In entrambi i casi le misure derivanti dall’uso di queste leve producono inevitabilmente altra povertà: sulle tariffe a Torino si è scelto di mantenere molto basse quelle delle famiglie più disagiate, ma gli aumenti calati sui ceti medi, per far quadrare i conti pubblici, sono stati importanti oltre che necessari. Così come gli oneri di urbanizzazione, necessari a chiudere i bilanci, laddove la destinazione richiesta dagli operatori era la realizzazione di centri commerciali, hanno minato il commercio di prossimità producendo altra povertà e altre periferie sociali e culturali, non-luoghi frequentati da consumatori e strade costellate di serrande abbassate: un tessuto urbano strappato.
Le mediazioni cercate dall’Amministrazione Comunale sono state tante: ad esempio la richiesta di realizzare nell’area ex Westinghouse anche un centro congressi, oppure la richiesta agli operatori che intendevano costruire residenze universitarie di praticare un canone di affitto calmierato e affrontabile dagli studenti.
Tuttavia è necessario tornare a discutere con forza di risorse a disposizione dei Comuni affinché possano continuare a svolgere il loro ruolo di democrazia di prossimità attraverso un welfare redistributivo fatto di servizi pubblici.

La posta in gioco e’ la democrazia di prossimità, quella che può attivare processi di partecipazione, è il welfare.

Il livello del governo nazionale e’ lo sfondo cruciale di queste elezioni amministrative e della vittoria dei pentastellati a Torino: la legge sulle pensioni, le leggi sul lavoro, il jobs act, la buona scuola, gli incentivi alle imprese senza richiedere investimenti, la alta percentuale di disoccupazione giovanile anche tra i giovani più formati, le rendite improduttive.

Proprio in questi giorni è stata varata una legge che prevede che la banca che concede un prestito ad un imprenditore diventa subito proprietaria dell’immobile che l’imprenditore mette a disposizione, con la condizione sospensiva che si perfeziona quando l’imprenditore non paga tre mensilità del prestito. Ci si domanda perché tanta protezione alle banche e perché tanto disincentivo all’investimento di impresa.

È’ indubbio che questo governo abbia deluso a sinistra (o chi continuava a ritenere la sinistra storica argine alle diseguaglianze) e il PD ne abbia sopportato le conseguenze; peraltro lo spostamento a destra voluto dal segretario-premier, come questo voto ha dimostrato, non ha pagato e del resto questo inseguimento della sinistra storica dell’avversario politico è storia antica e precedente al partito PD.

Torino è una città dove convivono primati incoerenti tra loro: Torino e’ prima per innovazione, ricerca, alta formazione, tra le prime per cultura e turismo; ma Torino e’ prima anche tra le città del nord Italia per disoccupazione giovanile, per dispersione scolastica, per basso reddito pro capite.

Torino e’ il paradigma del passaggio da manifattura a cultura, dalla dimensione fordista alla dimensione culturale: “il problema è che il modello fordista era inclusivo, i quartieri di Torino erano operai e tutta la vita della città si plasmava su quel modello…la sostituzione del modello culturale non ha raggiunto quella efficacia di modello inclusivo” (Giovanni De Luna, Manifesto, 22.6.2016, p.3).

Il nuovo paradigma di sviluppo locale sostenibile fondato su un mix che pone accanto alla manifattura l’innovazione, la ricerca, l’alta formazione, la cultura e il turismo, è la strada giusta per produrre leve atte a garantire risorse da redistribuire e la qualità del welfare insieme a opportunità di lavoro qualificato.
Ma l’efficacia di quel modello, che si fonda su un processo, ha bisogno di tempo per espandersi e attraversare anche i ceti meno abbienti; nel frattempo, e nell’immediato, la crisi occupazionale, generazionale e sociale, così come quella culturale e politica, richiede interventi immediati di welfare, dal sostegno al reddito, al fondo sulla morosità incolpevole, ai trasporti, ai servizi sociali ed educativi.
In questi anni il Comune ha tentato e in larga parte e’ riuscito a mantenere i servizi esistenti ma l’aumento delle difficoltà economiche della cittadinanza, soprattutto in certe aree di Torino, richiedeva di aumentare e non solo di mantenere sia la platea dei beneficiari che la dimensione quantitativa dei servizi.
Ma questo ampliamento era incompatibile con la diminuzione di risorse a disposizione del Comune e lo sfondo su cui si pongono le conseguenze per le cittadine e i cittadini della attuale situazione richiede interventi normativi ed economici strutturali a livello nazionale ed europeo.
Non è un caso che le due città dove non vi è stata la contrapposizione tra centrosinistra e movimento5stelle siano Milano e Bologna, città con reddito medio decisamente superiore a quello di Torino e di certe aree di Roma, dove la voglia di cambiamento, e parlo di Torino, intreccia una scommessa è una promessa su un futuro più facile, o meno difficile, che nulla a che fare con la qualità dell’azione amministrativa.

Prodi, nella sua intervista a Repubblica, ha detto bene: il populismo ha base nella paura sociale causata dall’insicurezza economica e dalla crescente diseguaglianza.
E la sinistra non viene più ritenuta capace di essere argine alle diseguaglianze, in uno Stato sociale che è indebolito, in politiche fiscali che di fatto garantiscono rendite parassitarie, nella deregolazione del lavoro, in normative che sono palesemente ingiuste, dalle pensioni agli esodati.
E allora chi promette di liquidare i responsabili di queste scelte diventa prediletto oltre che eletto: c’è bisogno di affidarsi a questa speranza di voltare pagina anche se il Movimento5stelle non dice quali sono le strutture economiche e politiche su cui interverrà e porterà il cambiamento, ma al momento, per il suo successo, basta la promessa di liquidare coloro che sono ritenuti responsabili delle attuali difficoltà.
E allora che fare: intanto evitare che vi sia degrado nelle forme della protesta contro la politica e che della politica si torni a percepire l’utilità: non la politica antipolitica per buttare a mare i cattivi ma la politica utile per convivere meglio e condividere. Questo è possibile se come sinistra sapremo mantenere la qualità delle forme della politica, riportando capacità progettuale e anche radicamento, che vuol dire presenza nelle città e in tutti i suoi territori.

Come sinistra dovremo fare i conti con il fatto che oggi, nell’immediato, l’alternativa percepita come utile e’ già quella del Movimento5stelle e a noi starà di far ripartire una politica non populista, e questo sarà possibile solo se eviteremo di rinchiuderci in spazi minoritari autoreferenziali.
Del resto le liste della sinistra alternative non sono state premiate dal l’elettorato che ha considerato il M5S la vera alternativa.
Abbiamo un po’ di tempo per far si che quanto accaduto a Torino e a Roma non diventi la prospettiva nazionale come già intravediamo nelle manovre della Lega che trova nel M5S la forza delle sue origini.
Per la sinistra in questo momento la strada e’ stretta (Oggionni: “Non ci sono praterie ma una via stretta”, Manifesto, 24 giugno 2016) e per questo, per evitare che la prospettiva populista ci travolga, dobbiamo far partire una discussione larga e aperta a tutto il campo democratico e progressista.

Incominciamo dal referendum sulla Costituzione e a Torino dal lavoro politico e sociale nelle Circoscrizioni dove siamo al Governo, e inoltre mi piacerebbe una discussione aperta e franca anche all’interno del movimento femminista.

Mariagrazia Pellerino

separatore_rosa

Care e Cari,
come molti di voi sanno per aver condiviso il percorso, mi candido in Consiglio Comunale nella lista Progetto Torino, la lista a cui insieme a tante e tanti abbiamo lavorato in questi mesi e che è partita con l’idea di sostenere le ragioni della sinistra al governo della città e che si fonda sulla partecipazione attiva di donne e di uomini che quotidianamente rivolgono il loro impegno civico e la loro passione politica per il bene comune di Torino.

Torino, che in questi vent’anni ha affrontato un grande cambiamento dei propri profili economici, sociali e culturali, ha incrociato in questo suo percorso di trasformazione la crisi globale che dal 2008 morde il sistema economico europeo: questa crisi ha determinato una riduzione di risorse per i Comuni, meno trasferimenti dai governi centrali e pesanti limitazioni normative in materia di spesa e di personale. Una città con più bisogni e una Città, il Comune, con meno risorse.

Come Amministrazione Comunale che ha governato in questi anni abbiamo cercato di rispondere a questa crisi costruendo un nuovo paradigma di sviluppo locale sostenibile fondato su innovazione, ricerca, formazione, cultura e turismo.

I risultati ci sono: a Torino si sono insediati centri di ricerca su design e automotive cinesi e indiani, General Motors al Politecnico raddoppia, il distretto aerospaziale torinese e il suo indotto (cibo, caffè e acqua spaziali sono prodotti a Torino) hanno fama mondiale, siamo la seconda città italiana per numero di brevetti, l’Energy Center la cui realizzazione è in fase di ultimazione è stato scelto dalla Commissione europea per la ricerca sull’energia, siamo la seconda capitale europea dell’innovazione e prima in Italia, i giovani diplomati che si iscrivono all’Universita sono al 56% contro una media nazionale del 47%, i diplomati sono passati dal 70 al 75%, gli studenti universitari internazionali sono aumentati del 366% e quelli fuori sede del 122%. Siamo ormai una meta turistica riconosciuta.

Vogliamo ora attivare un welfare redistributivo che trasformi questa leva in opportunità per tutti, perché queste opportunità siano condivise, l’accessibilità alla cultura e alla formazione siano ancora più diffusi, per trasformare la capacità e l’istruzione in welfare preventivo, il sapere e il saper fare in opportunità di lavoro qualificato che generi altro lavoro. La disoccupazione è più forte dove ci sono meno competenze e meno formazione.
Vogliamo impegnarci affinché il sistema universitario e della ricerca e quello imprenditoriale cooperino allo scopo di offrire opportunità di lavoro ai giovani con alta formazione. Vogliamo attrarre a Torino, giovani, donne e uomini, che vogliano qui costruire una comunità capace e solidale.

Sappiamo che le città sono i luoghi delle reti virtuose, delle organizzazioni sociali, della ricerca e dell’innovazione ma sono anche i luoghi dove si concentrano le diseguaglianze e la iniqua distribuzione delle risorse.
Per questo pensiamo sia importante per la sinistra politica essere al governo delle città poiché è nel sistema di welfare locale che si possono attuare politiche redistributive e di maggiore equità, politiche di scambio e circolarità delle risorse, di permeabilità e mobilità sociale.
Nelle politiche dei Comuni si possono continuare quelle esperienze di democrazia di prossimità, allargando la base della partecipazione e condividendo i processi decisionali contro l’accentramento dei poteri, delle risorse e delle competenze dei governi centrali.
La sinistra è la chiave del cambiamento necessario e non può condannarsi ad esperienze politiche di testimonianza che rischiano di essere autoreferenziali e tutte interne al ceto politico: le cittadine e i cittadini vogliono poter contare laddove vengono assunte le decisioni che toccano le loro vite.

Per questo Progetto Torino ha deciso di essere parte della coalizione che sostiene Piero Fassino a Sindaco di Torino: per essere la sinistra che scrive il futuro della città e porta nella dialettica politica del governo della città i valori fondanti del bene comune, della solidarietà, del welfare redistributivo e della partecipazione democratica.

In questi anni da assessora alle politiche educative della Città, nonostante la forte contrazione di risorse per i Comuni, ho lavorato per mantenere qualità e quantità dell’offerta di servizi per l’infanzia, aumentando la disponibilità di posti e l’accessibilità per le famiglie più fragili; mi sono impegnata a migliorare le azioni di orientamento scolastico e contro la dispersione: tra tutti i nuovi progetti che ho inventato ricordo Scuola dei Compiti.

Ho costruito molte azioni educative alla sostenibilità, dal Menù l’ho fatto io ad un servizio di ristorazione a filiera corta e senza plastica. Ho ricostruito la filiera educativa creando passaggi e relazioni virtuose tra i diversi segmenti del percorso formativo: connessioni educative dall’infanzia all’università.

Ho istituito strumenti di partecipazione e condivisione dei processi decisionali come la Conferenza Cittadina delle Autonomie Scolastiche e le sue Commissioni permanenti. Ho costruito il progetto TorinoCittaUniversitaria e il Piano Adolescenti. Ho realizzato la prima edizione del Festival Internazionale dell’Educazione.

Mettere insieme le risorse che abitano la città, creare connessioni e condivisioni, vedere gli sguardi diversi e il desiderio di esserci, solo così si ricostituiscono relazioni di fiducia, solo così si è comunità.

Mariagrazia Pellerino

separatore_rosa

MERCOLEDì 16 MARZO dalle 15 alle 16

Sarò in diretta  TV su Torino W Ca‎nale 199 parlerò di “Progetto Torino” e delle politiche per la città.

sinistrachescrive-web

TORINO-W

Torinow_mariagrazia_001

separatore_rosa

Mercoledì 16, lunedì 21 marzo e lunedì 4 aprile 2016

DIALOGHI SULL’EDUCAZIONE

Prossimo incontro LUNEDÌ 4 APRILE:
“CULTURE, EDUCAZIONE E LIBERTÀ FEMMINILE – Pregiudizi tra sessismo e razzismo”

Primo appuntamento con “Dialoghi sull’Educazione”: la povertà infantile con Save the Children
Guarda l’atlante dell’infanzia a rischio >> “Bambini senza: l’atlante delle povertà minorili”.

LA PARTECIPAZIONE AGLI INCONTRI E’ GRATUITA CON ISCRIZIONE OBBLIGATORIA PER OGNI SINGOLO INCONTRO
info: Segreteria Settore Formazione ITER  – via Revello 18
tel. 0110119114  – lun-giov 9/16 – ven. 9/1

“La formazione assume nuovi significati e nuove prospettive, non solo come diritto e risorsa individuale ma come ricchezza sociale ed economica. Oggi si definiscono i processi formativi e lo stesso apprendimento in funzione del diritto ad una cittadinanza attiva”.
Mariagrazia Pellerino
dialoghi-sulleducazione_def

Leggi il programma completo sul cliclo di incontri “Dialoghi sull’educazione”

separatore_rosa

 16 marzo 2016

TALENTO: LA III FASE DEL PROGETTO

Leggi il COMUNICATO STAMPA

UNA NUOVA CULTURA DEL LAVORO ORIENTATA DAI TALENTI

INVITO_talento-fase3

Leggi l’articolo >> TalenTo: gli studenti realizzano un progetto per un’azienda piemontese

separatore_rosa

12 marzo 2016

NEI NIDI D’INFANZIA BENVENUTE LE MAMME IN ALLATTAMENTO

Leggi il COMUNICATO STAMPA

“La Città intende favorire in tutti i nidi d’infanzia comunali questa pratica naturale, a cui sarà riservata una sezione adeguata alla delicatezza della relazione madre-bambini”.
Mariagrazia Pellerino

Leggi gli articoli >> Ora al nido la mamma può allattare

Nei nidi d’infanzia benvenute le mamme in allattamento

separatore_rosa

11 marzo 2016

13 studenti della Georgia State University – College of Education and Human Development (USA) hanno scelto Torino come meta della visita di studio nell’ambito del loro corso sul sistema scolastico italiano.
“Siamo orgogliosi che studenti di oltreoceano vengano a Torino a conoscere i servizi per l’infanzia. Un fatto che ci lusinga a testimonianza del prestigio delle scuole torinesi a livello internazionale”. Mariagrazia Pellerino

studenti-americani

Leggi il COMUNICATO STAMPA

Leggi gli articoli >> Studenti americani visitano le materne torinesi

Studenti americani in visita nelle scuole di torinesi

Gli studenti americani della Georgia State University imparano l’apprendimento sotto la Mole

separatore_rosa

 9 marzo 2016

Avviato il progetto TeenCarTO che la Città ha promosso attraverso l’Assessorato alle Politiche educative nell’ambito del Piano Adolescenti.
Torino vista attraverso lo sguardo di 600 adolescenti torinesi e postato in una mappa digitale interattiva che fotografa i quartieri cittadini: risorse, attività, criticità.
Il progetto è stato realizzato tra ottobre 2015 e febbraio 2016 in collaborazione con l’Università di Torino, le/gli insegnanti e le/gli studenti di 16 scuole secondarie di secondo grado della nostra Città.
Le mappatura messa a punto dalle ragazze e dai ragazzi è stata realizzata su First Life, piattaforma prodotta dal Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino attraverso un bando “Smart Cities and Communities and Social Innovation” del Miur.

Leggi gli articoli >> TeenCarTO, Torino vista con gli occhi degli adolescenti

Così i giovani riscrivono la mappa di Torino

La Torino degli adolescenti ha confini diversi dal centro alla città

Leggi il COMUNICATO STAMPA

Guarda le slides di Teencarto

INVITO-TEEENCARTON+FOTO

separatore_rosa

8 marzo 2016

Presentate alcune attività al cinema Massimo del prossimo Festival Sottodiciotto, Steve Della Casa sarà il nuovo direttore, la rassegna sarà promossa da AIACE Torino e dalla Città di Torino e tradizionalmente sostenuta da Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

Leggi gli articoli>> Steve Della Casa lancia il nuovo Sottodiciotto Film Festival

Nuovo direttore per Sottodiciotto Film Festival

sotto18_web3

separatore_rosa

7 marzo 2016

“AttivArte” è un progetto ideato dalla Città di Torino, insieme all’ ICWRF (Italian Culture Worldwide Rotarian Felloship -Team Italia Nord Ovest), per coinvolgere giovani studenti appartenenti a istituti scolastici di differente ordine e grado, in varie attività volte a rendere i ragazzi principali fautori e attori del processo di conoscenza, comprensione, sensibilizzazione, salvaguardia e tutela dell’arte pubblica contemporanea.

Leggi l’articolo >> “AttivArte” insegna a rispettare l’arte pubblica

Leggi il COMUNICATO STAMPA

INVITO-ATTIVARTE+FOTO

separatore_rosa

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *


three × 3 =